Le Trottoir alla Darsena | Piazza XXIV Maggio, 1 - Milano
Le Trottoir alla Darsena - Ritrovo d'Arte, Cultura e Divertimento
contatti    mappa
 
 
 
 
       
 
Stampa
 

Finalista

DOMENICA (come sfuggii a una trappola infame tesami dai milanesi una domenica d’Agosto) quando mi hanno detto che c’era da scrivere qualcosa sulla domenica mi son detto, beh, io sulla domenica sono ferrato io sulla domenica ci ho un sacco di roba da scrivere io la domenica me la posso giocare bene la domenica a me come concetto mi ispira poi, mi son detto mi metto a scrivere sulla domenica una bella poesia adesso che siamo ad Agosto che per me Agosto è come una domenica di trentun giorni magari mi metto a scriverla una domenica d’Agosto mi sembra perfetto non può che uscire un capolavoro mi son detto allora mi sono seduto davanti al compiuter l’ho aperto ed eccomi li davanti alla pagina bianca che poi non è propriamente una pagina vera è una pagina virtuale che io la vedo come fosse una pagina bianca ma non è una pagina vera bianca è un insieme di 0 e di 1 secondo me è una serie di 0 e di 1 che io vedo una pagina bianca ma è una faccenda del tutto virtuale ed è questa la cosa veramente affascinante della cibernetica moderna che ti semplifica la vita ma nel contempo un po’ ti inganna pure che tu vedi una roba che in verità è un’ altra roba è tutto un insieme di 0 e di 1 secondo me l’ho letto da qualche parte comunque io mi sono seduto ho aperto il compiuter ho aperto la pagina bianca virtuale una domenica d’Agosto e mi son detto, ora io scrivo una bella poesia sulla domenica dato che il tema in questione è proprio la domenica che io sinceramente a dirla tutta fosse stato per me io avrei scelto anche un altro tema non che la domenica non mi vada bene che sono ferrato io sulla domenica ma potessi scegliere magari non sarebbe proprio ai primi posti non so, la pizza la bomba a mano la masturbazione l’aeroplano il gatto Gesù l’autostrada il vampiro eccetera eccetera però, ho pensato magari si è scelto la domenica che chi più chi meno la domenica ho pensato chi più chi meno un po’ a tutti anche quelli meno bravi quelli meno capaci magari una cosa sulla domenica ci riescono a scriverla ho pensato allora mi son messo li una domenica d’Agosto seduto ho aperto il compiuter ho aperto la pagina bianca virtuale e mi son detto ora io scrivo una roba sulla domenica una roba talmente profonda una roba talmente innovativa che la gente dopo averla letta leverà gli occhi dalla pagina e guardando nel vuoto per alcuni minuti stingendo il foglio tra le mani non potrà fare a meno di dire: “porca vacca questo qui ha capito tutto ma proprio tutto sulla domenica, questo qui, io non so chi sia, che studi abbia fatto, quale sia il suo credo, quali i suoi gusti, ma questo qui, porca vacca, ha scritto qualcosa che io non ci avrei mai pensato sulla domenica, e dire che io di cose sulla domenica, un po’ come tutti, penso, di cose sulla domenica ne ho pensate a bizzeffe…” ecco questo era un po’ il mio fine quando mi sono seduto una domenica d’Agosto davanti al compiuter e dopo averlo aperto e dopo avere aperto la pagina virtuale del compiuter mi son messo li per scrivere una poesia sulla domenica però poi non so com’è non mi veniva mica ero li tutto concentrato non mi veniva mica è impossibile, mi dicevo è impossibile e passavano i minuti è impossibile, continuavo a dire ad alta voce sempre più alta e passavano sempre più minuti è impossibile porca Eva! che a un certo punto la mia fidanzata che stava nell’altra stanza viene, un po’ preoccupata e mi chiede: “ma cos’è che è impossibile?” ed io che in quei frangenti li mi viene su un nervosismo mica da ridere “ma niente ma niente, fammi un po’concentrare che qui sta succedendo una roba veramente strana, sta succedendo” e così passavano un sacco di minuti che poi divenivano mezz’ore che poi divenivano tre quarti d’ora che poi divenivano ore e arrivava la sera e io non ero riuscito neanche a scrivere una riga sul tema “la Domenica” e allora li ho capito in una domenica d’Agosto davanti alla pagina bianca virtuale del mio compiuter io ho capito che si trattava di una trappola che queste persone che tra l’altro erano pure milanesi che coi milanesi, si sa, bisogna stare attenti queste persone milanesi che gli era venuta in mente la domenica come tema per una poesia queste persone milanesi mi avevano teso una trappola una trappola infame che loro hanno pensato di fregarmi dandomi come tema la domenica che me li figuro io li a Milano con i loro ghigni tipicamente milanesi attorno a un tavolo con un’enorme pentola piena di Cassola nel mezzo che loro tipicamente mangiano la Cassola quando devono creare un piano malvagio ai danni di un poeta torinese che loro odiano i poeti torinesi soprattutto quelli bravi come me che loro hanno paura che un giorno i poeti torinesi bravi come il sottoscritto un giorno diventano famosi e oscurano Milano con i loro versi immortali che Milano deve essere sempre più importante di Torino anche nella poesia e io me li immagino li nella loro stanza con le luci soffuse con le mani e i menti tutti unti di Cassola che loro, i Milanesi tipicamente la Cassola la mangiano con le mani e me li immagino che tra un pezzo di Cassola e un sorso di Wiski io me li immagino che il loro capo dice: “diamogli come tema la domenica che lo fottiamo che lui è un poeta talmente profondo e innovativo che con un tema così banale e scontato, lo mandiamo in para – che loro usano questi termini tipo mandare in para – diamogli la domenica che vedrai che non gli viene mica una poesia profonda e immortale che lui è abituato a confrontarsi con concetti ben più alti e sicuramente la domenica non ce la fa” e mi viene la nausea a pensare a queste persone milanesi che complottano alle mie spalle per fregarmi tutte unte di Cassola e così io ho chiuso il mio compiuter mi sono alzato dalla sedia e sono andato nell’altra stanza con un bel sorriso come di soddisfazione sulla faccia un bel sorriso di soddisfazione per essere scampato alla trappola dei milanesi mi sono fatto un panino al prosciutto cotto mi sono accomodato sul divano ho aperto la tele dove tutti quei puntini luminosi creano immagini meravigliose.

Inserito il 02-10-2004


Finalista

Domenica Domenica, dies dominica, giorno del Signore. Osservare la domenica è precetto che impone ai cristiani l’astensione dai lavori manuali e la partecipazione alla messa. Sarei allora un peccatore? Sì, perché la domenica è proprio la giornata che io dedico ai lavori di casa trascurati nel corso della settimana, pulizia, bucato ecc. Sarò per questo punito e mi ritroverò sul fuoco eterno accanto a terribili ma per altro verso interessanti personaggi come Stalin, Hitler, Pol Pot ecc.? Non ho avuto occasione di conoscerli in vita e la prospettiva di intrattenermi con loro confesso che un poco mi stuzzica. Ma anche rappresentanti del cosiddetto gentil sesso, suore non ce n’è (sono tutte da un’altra parte) ma in compenso quante belle peccatrici, Messalina, Marlene, Josephine, Moll Flanders, madame de Merteuil, la contessa di Lorsange, Margherita Gauthier, Nana, tanto per far qualche nome a caso e trascurando accuratamente il tempo presente che pura offre un’ampia facoltà di scelta di peccatrici, responsabili peraltro di peccati, come dire, più domestici e comunque largamente assolti dall’opinione pubblica. Ma dicevo del Signore che il settimo giorno si riposò. Nei sei giorni precedenti aveva faticato un bel po’ a creare il cielo, la terra, il firmamento, il mare, la luce, il buio, gli uccelli, i rettili, tutto. E poi disse “Facciamo l’uomo” e gli diede il giardino dell’Eden. Poi ci fu la storia della costola, nacque la donna e cominciarono i guai. E dopo tutto questo lavoro, il settimo giorno non aveva il diritto di risposarsi? Io, invece, durante la settimana non è che sto senza far niente ma mi dedico, o almeno cerco di farlo, a quelle cose, lettura, scrittura, biblioteca ecc. che si è soliti trascurare durante il corso della vita di lavoro. Dunque, la domenica, sbrigate le faccende domestiche, esco di casa. I miei itinerari consueti, devo ammetterlo, soffrono di una accentuata monotonia. Vado dove so di trovare Dante. Non c’è un vero appuntamento ma lo trovo per via del caffè. Si dirà che banalità. Eh no, la tazza di caffè per Dante è una cerimonia. Non esiste altra bevanda, non esistono aperitivi, spumanti, cocktails. Solo caffè alle sette del mattino o a sera tarda. Se non lo trovo nella sua officina, il suo luogo di lavoro (si fa per dire) lo trovo in un bar, uno qualsiasi aperto la domenica. A volte è seduto ad un tavolino in compagnia dell’amico Ciro. Ciro è giovane, robusto e ha sempre la barba di tre giorni. Siedono davanti al caffè e meditano. Dante medita spesso: la sua officina è colpita da sfratto. Gli ho chiesto: “Cosa ne fai di tutto quello che c’è dentro, computer, tavoli, sedie, juke-box, quadri, libri e chissà quanta altra roba, per non parlare dei gatti? Metti un’inserzione. Fra un mese te ne devi andare”. Mi risponde soltanto “lo so”. Questo la domenica scorsa. Ora è passata una settimana e gli dico: “Fra tre settimane te ne devi andare”. E lui: “Lascio tutto dentro”. E beve in caffè. È fatalista, per me deve avere antenati musulmani. Non mi meraviglierei che la sera, quando nessuno lo vede, si inginocchiasse e invocasse Allah. Gli recito una poesia di Ungaretti, che tra l’altro dice: “… Fu Marcel ma non era Francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi dove si ascolta la cantilena del Corano gustando un caffè…” Dante cita spesso leggi e regolamenti che nessun altro conosce che gli consentirebbero di fare quello che la sua ignavia, direi il suo oblomovismo, gli suggerisce di fare, cioè di non fare. Però mi è simpatico, coi suoi abiti impolverati, i lunghi capelli grigi raccolti sulla nuca da un anello e la sua eterna Marlboro tra i denti. Fra tanti frenetici cultori dell’efficienza, della corsa costante verso non si sa quale traguardo, lui si distingue, è un’oasi di pace. Devo aggiungere un’altra notazione. Ho detto che è fatalista, devo precisare: è fiducioso. È persuaso che un giorno o l’altro tutto si aggiusterà, qualcosa accadrà e cita il caso di una ragazza per la quale ha appena eseguito dei lavori in casa ricevendo non solo l’immediato saldo delle sue prestazioni (cosa estremamente rara), ma addirittura una cifra superiore a quella richiesta. Ebbene, questa ragazza sino a pochi mesi or sono faceva addirittura la fame. Poi un’eredità inaspettata, due appartamenti, denaro contante ecc. “Perché la stessa cosa non dovrebbe succedere anche a me?” È persuaso che la sua condotta esemplare, l’amore per il prossimo (salvo la moglie, s’intende), per i gatti, il rispetto per i clienti, chiedergli sempre il giusto, mai un soldo di più (e la scelta dei clienti, privilegiando i più bisognosi e possibilmente i meno raccomandabili, a costo di lavorare il più delle volte in perdita) siano titoli sufficienti per aspettarsi un’adeguata, immancabile ricompensa dalla vita. E quando questo avverrà lui diventerà una persona diversa, lavorerà dal mattino alla sera, vedrete il suo laboratorio (ammesso che lo sfratto non sia stato eseguito) diventerà pulito da specchiarcisi. Dicevo dei gatti di Dante: ne ha sei in officina e altri quattro o cinque a casa. L’ora del pasto è una sorta di rito primordiale, le scatolette di carne vengono rovesciate in piatti di plastica colorati moderatamente puliti, i gatti chiamati per nome pigramente s’avvicinano scavalcando poltrone, assi, persiane accatastate in terra e saltando sul tavolo. Ma non solo gatti, ci sono quattro conigli ed una gallina rossa che risponde ad un nome maschile. A questo zoo ultimamente s’è aggiunto uno stormo di piccioni, evidentemente si è sparsa la voce. Sono un centinaio, stazionano sui rami degli alberi e sulla tettoia di plastica. Quando Dante arriva con una pentola di pane bagnato e lo getta in pezzi sul piazzale, si lanciano in un volo sfrenato e feroce sul cibo, oscurando il cielo. “Amo tutti gli animali” dice Dante. “Un giorno o l’altro ti troverai tra i piedi un paio di rospi, che so, un serpente boa.” Ride. Non cura soltanto i suoi animali, ma anche quelli degli amici, per esempio i gatti di Ciro che abita fuori di Milano e se ne è andato in vacanza. La domenica, ho detto dei lavori domestici, di Dante, ma restano ancora molte ore. Resta la gatta, a lei dedico tutto il pomeriggio della domenica. Debbo precisare. Nelle due settimane che precedono il Ferragosto mi sono trasferito nell’appartamento di mio figlio. Lui è andato al mare e mi ha pregato di restare a casa sua, dove c’è l’aria condizionata. Ma il motivo è che teme di lasciare l’appartamento incustodito per via dei furti, ce n’è stato uno nella casa il mese scorso. E poi c’è la gatta, bisogna darle cibo e acqua, e provvedere allo smaltimento delle feci. E così eccomi qui nel pomeriggio di domenica, seduto in terrazza, davanti alla gatta. È di razza siberiana, ha pelo lungo e riccio di colore fulvo (come suo zio, il leone) che sul ventre e sotto la bazzina diventa bianco e sul dorso sino alla coda ha una lunga striscia nera. Ci guardiamo negli occhi, i suoi sono verdissimi, sembra che cerchi di parlarmi. Ultimamente mi sono reso conto di aver perduto molti degli interessi del passato. Che so, l’incontro con un amico, una volta mi intrattenevo a conversare. Ora evito e fingo di non averlo visto. Una volta mi occupavo di pittura, ora evito ogni galleria d’arte. Ci sono dei libri sul mio tavolo, mi ero ripromesso di leggerli, ora li guardo, li sfoglio distrattamente, li rimetto al loro posto. E poi la casa. Ho detto che la domenica mattina mi dedico all’attività domestica. Ma è il minimo indispensabile, ben altro impegno ci vorrebbe, la polvere si accumula negli angoli, sui mobili, sulle tende. E poi la posta, gli avvisi, le lettere delle banche, un tempo facevo i dovuti controlli, li conservavo accuratamente nei raccoglitori, ora sono dispersi, disordinatamente nei cassetti, sulla scrivania, sulle mensole in attesa del giorno in cui troverò la voglia e la forza di mettere ordine. Quando verrà quel giorno? Le donne, poi, le ho sempre corteggiate, da qualche tempo sono diventate un problema. Potrei raccontare molte storie, alcune perfino divertenti e ridicole, altre mediocri di meschine profittatrici, storie che denunciano soprattutto la mia immortale ingenuità. Mi limito ad un paio di resoconti. Ce n’è una, è francese. È stata a cena a casa mia più di una volta. A Natale è partita per la Francia, ha un marito e un figlio in un piccolo centro nei pressi di Parigi. “Torno dopo Pasqua, qui non so che fare, mio marito non lo sopporto più.” Mi ha telefonato spesso e le ho detto che quando sarà qui faremo l’amore. “Ah no, allora non mi vedi più” e mi dice che andrà in maggio al raduno degli Alpini, il suo grande amore però sta a Milano, è malato e non lo vede da molti mesi. Ma lo ama. “Tu non sei il mio tipo, e poi l’età…” Elsa, le telefono dopo alcuni mesi di silenzio. “Ah sei tu, Dieguccio (il mio nome è Diego), che piacere” e mi tiene mezz’ora al telefono. Il suo uomo è ormai rimbambito, gira su una sedie a rotelle e tocca il sedere a tutte le signore. Le amiche l’hanno dimenticata. “Ti ricordi la Giovanna, dopo essersi fatta tutti i miei amici è scomparsa. Questa settimana ho molto da fare per il giornale, la settimana prossima stiamo insieme senz’altro.” Questo in aprile. Non l’ho più sentita. Spesso la domenica pomeriggio, dopo mangiato, mi addormento e faccio lo stesso sogno. Cammino per le strade di tutti i giorni, quelle di cui a memoria conosci i balconi dei palazzi, i negozi, le edicole di giornali. Improvvisamente mi trovo in una via diritta, stretta e buia. Non ci sono mai passato. Cammino e mi segue un miagolio. La strada termina in un tunnel. Vi entro, è buio e lungo, non se ne vede il termine. Mi inoltro nel tunnel e il miagolio continua. Improvvisamente mi sorprende un pensiero, questo tunnel non ha un’uscita, è eterno, infinito. Mi sveglio e accanto al letto la gatta mi osserva. Sono sudato e angosciato e non mi risolvo ad alzarmi dal letto. Quel sogno, cosa significa, cosa ha voluto comunicarmi? Ho sentito dire di persone che a seguito di una malattia o di un incidente hanno sperimentato una sorta di morte provvisoria e raccontavano di una lunga galleria bianca. Infine mi sollevo dal letto e mi preparo pigramente un caffè. Mentre seguo la bollitura, sento dietro di me una voce sottile: “È tardi, troppo tardi”. “Chi ha parlato?” Guardo la gatta e mi sembra che abbia un’espressione ironica. Quando ho sentito dire o ho letto su un giornale di un gatto parlante? Deve essere accaduto negli Stati Uniti, cos’è che non accade negli Stati Uniti? E questa è la fine della storia. La storia di una domenica, simile ad altre domeniche, ma forse ho dimenticato qualcosa.

Inserito il 02-10-2004


Finalista

DOMENICA Cicliche emozioni ritualizzano ‘sto giorno / tra fede, amore e qiute con le botte di contorno./ Ripenso da bambino alla mia mattina in Chiesa /portato controvoglia quella porta ormai s’è chiusa./ Domenica per molti ha l’aroma del riposo/ c’è chi la vive in casa chi in punto di ristoro/ chi se la spassa in gita / chi a spasso con i bimbi / chi spesso ha il mal di testa e sulle mani certi timbri... Personalmente gente / il mio cuore e la mia mente / ancora si ritrovano concordi nei ricordi di piacevoli traguardi / raggiunti quando sguardi di parenti mai distanti / assumevano l’aspetto di valori tramontanti / riuniti sotto il tetto del più saldo baluardo / consacrato dallo Stato come base della storia: / Dio la protegga e salvi la Famiglia! Poi il pomeriggio incalza con il calcio e chi s’incazza / una parte di nazione puntuale all’appuntamento / con un campionato finto proposto come evento ... con un campionato finto proposto come evento. Da sempre l’uomo gode assistendo ad una sfida / e non c’è nulla di male a ritrovarsi in uno stadio / ma oggi da più parti si concorda su uno studio / che attesta che nel calcio c’è troppo grado d’odio ... che attesta che nel calcio c’è troppo grado d’odio. Chi siano i colpevoli non c’è dato di sapere / ma una cosa chiara ve la posso dire:/ ripenso ai tempi in cui il denaro non entrava in campo / lì sì che lo scansafatiche non aveva scampo / si sudava, si lottava, si giocava e c’era rispetto / ancora una maglia si era fieri di cucirla al petto./ Oggi gli “uomini-bandiera” sono razza in estinzione / specie mai protetta data in pasto al televisore; / benvengano così schiere di atleti fuffa / immolati nel tempio della notorietà con i loro ingaggi truffa / che se il denaro fosse gas in base alla loro stoffa / cercherebbero ricchezza nella loro stessa loffa! Allora il conto torna e torna anche il contorno / si marcan le veline e il modulo all’inferno / 4-4-2 o 5-4-1 / la tattica si fotta non importa più a nessuno / si gioca per la marca / e il tifo ne è la merce / partite compromesse vendute al calcio-scommesse / giocatori alla deriva risucchiati dalla lira/ dopati per Ben come Johnson/ li vedi correre e saltare ... ma solo per gli sponsor! Nessuna novità investe quindi la mia convinzione / se queste sono le premesse, la violenza sugli spalti ne è la conclusione;/ curve trasformate in terreni da battaglia / fomentate a dovere da chi non le sorveglia / alimentate dall’imbecillità dei tifosi più repressi / verrano celebrate come altari per i gesti più sconnessi. Domenica di calcio, Domenica di Sisal / si finisce con tre fischi si riparte la sigla / “Muto, inizia 90° Minuto!” / è questa l’ora in casa del silenzio più assoluto. / Schedine controllate con il sogno di vittoria / la maggior parte cestinate a breve con i loro sogni di gloria / così che prende il via il turbinio dei contributi / tra falli, gol, ammonizioni e sputi. / E se pensate al Lunedì come giorno ripiglio / ricredetevi alla svelta perché è solo un grande sbaglio:/ riflettori sempre accesi ci ricordan con costanza / che in Italia oggi Calcio è per molti la pietanza / riportando alla ribalta il concetto di evanescenza / tra discorsi scarsi intrisi della loro inconsistenza. / Per ciò per me Domenica vuol dire giorno senza fine / pensate a ciò che ho detto e trovatemi il confine;/ vorrei che fosse altro / ma quello è il Grande Palco / vorrei che fosse sport / ma è solo insano smog / tanto che infine non ci resta / che circolare a piedi perché l’aria infesta ci calpesta / mentre la tele ci propone false immagini di festa /e l’ira funesta la mia testa innesca. Allor poesia come rifugio da me verrà innalzata / sì ch’al cor mio la mente ingrata / possa col tempo e abil dedizione / fornir diletto e incontaminata dimensione!

Fonte: Marco Borroni

Inserito il 02-10-2004


Finalista

4° PIANO LINEARE - di Gabriele Turati - 5 settembre 2004 - Per una che scopi, una che butti… Esco. Un gatto. Confuso. Affranto, cammino barcollando alla balaustra del 4° piano lineare. La fatica si scioglie, schivo piante lavandomi in pioggia - affianco vertigini, ondeggio. Lampi Lampi Lampi Mi appendo… ancora una volta ho ucciso! “Mi spieghi cosa sta succcendendo, oggi? …non ho più certezze…” Angela, di te ogni sorriso perde senso, oggi, nei denti sfracellati al suolo. E ancora, oggi, una piastrella li usa per sorridere… loro, bianchi, non più tuoi. Barcollo. Penso. Rosso d’orrore di un sorriso, inseguito. Un gatto “Sara, ti amo, oggi… ti voglio con me… sempre!” nonostante ancora oggi ti abbia solo fottuta. Tu, tradita… sì sempre! Del tuo cuore, oggi, ho fatto scempio con discreta sufficenza. Nell’orrore del non-capire preferisco chiudere gli occhi e accorgermi che tutto, oggi, tutto sarà così come io l’ho disegnato… perfetto, nella falsità fattasi verità: parola Amore detta doppia, oggi, di domenica leggera leggera… Ora, oggi, di questa mia testa scoppiante non ne posso più. Amo Amo Amo Lampi Lampi Lampi “Vendi tutto il pensato e vola piccolo pazzo, che nessuno ti pigli! Vola piccolo corpo, non fare che un gatto ti azzanni e ti rubi l’anima!”. Il salto. 4° piano lineare. Un gatto. “Ciao piccola del 3° piano… mi piace il tuo sorriso poco prima che io mi schiacci al suolo di questa minuscola domenica”. Oggi, bugia dal doppio volto… Vorrei complimentarmi con Angela e Sara, appena abbandonate un po’ vive e un po’ morte… un po’ come me tra pochissimo! Oggi, cercando un solo giorno d’amore, ho solo trovato un giorno di morte… SCIAC!

Fonte: - di Gabriele Turati -

Inserito il 02-10-2004


Finalista

Prima Domenica: TUTTO CONVERGE Sei uscito di casa da venti minuti, ma ancora non va meglio. Tutto il bruciore continua a salire e non hai preso la macchina perché pensavi che quattro passi sarebbero riusciti ad addolcirti un po', almeno quel tanto da non dover più tremare perché anche l'umido, anche l'umido e il bagnato di questa sera avrebbero potuto aiutarti, per raffreddare, per calmare, ma evidentemente non era stata poi questa grande idea, nulla di brillante, anche se tutto sommato non si può nemmeno dire che cosa sarebbe stato peggio, quale sia il male minore, quale la strada che divaga almeno un po' prima della caduta, perché di pace, di schiarite, di mare calmo neanche a parlarne. Assolutamente no. Hai pensato di non pensare, e questa è stata già una contraddizione in termini. Per un secondo, se almeno per un secondo soltanto avessi fatto piazza pulita, vuoto, cancellato la lavagna prima di rimetterti a stenografare febbrilmente, ecco forse allora uscire e camminare per venti minuti, allora avrebbe avuto uno straccio di senso, ma tu niente, tu non ascolti, non vedi, sei solo un punto in caduta libera e frani verso dove tutti gli altri s'incontrano. Tu non hai mai ascoltato e sai che avresti dovuto, ma sai anche che nulla potrà cambiare nulla, nulla porterà aria nuova dove tu arranchi, e per questo pensi e continui a maledire e a cadere verso le tue stesse parole, e ora non sai per quanto andrà avanti né puoi dire se stia effettivamente andando avanti, perché tutto continua a circolare, tutto ritorna tale e quale come se quello a cui correvi intorno fosse stato sempre lo stesso isolato, aria viziata e luci sempre uguali, sempre lo stesso ancora e ancora. E adesso salti giù dal marciapiede, e hai come l'impressione che sia arroventato, mentre è notte e il sole non si è visto nemmeno durante il giorno, e la pioggia di poco prima ha reso tutto scivoloso, ti è rimasta aggrappata alla giacca, viscosa, e proprio in questo momento ti guardi a sinistra e a destra senza quasi respirare, ma le vedi già correre verso di te, una mandria in risalita, con i fari buttati a testa bassa come a rastrellare la strada, e allora te ne resti lì, a un passo dal marciapiede, rattrappito, mentre ti fischiano davanti e già inchiodano, si bloccano, sterzano e s'incuneano, macchina in macchina, tutti i pezzi in uno. Sono di nuovo ferme a rombare, a dare gas come se si trattasse di frustare il semaforo, ed è verde subito verde tra un attimo e tu cogli il momento come se fosse l'unico possibile, ti strusci su un paraurti, ti tiri indietro per evitare di restare catturato in quella che potrebbe essere definita una scossa di assestamento, e dietro al vetro all'altezza delle tue costole c'è una testa di bionda, un poco brutta, intenta a parlare, e un altro attaccato al volante, e quasi potresti sentire le musiche uscire dalle autoradio, se solo fosse più caldo e i finestrini abbassati. Ora sei sul marciapiede che guardavi con tanto desiderio quando ancora eri sul marciapiede di fronte, e il polpaccio ti fa un po’ male, ma un male inavvertibile che quasi scivola nella consapevolezza di essere vivo, di avere un corpo, che non è poi male come consapevolezza, specialmente quando tutto potrebbe essere solo un sogno agitato ma non è un sogno di alcun tipo, purtroppo, perché non sarebbe nemmeno spiacevole, dato che la realtà sensibile è così deludente e lascia addosso una patina di irrealtà come il retrogusto di un vino da due soldi, come il retrogusto di un vino di cui hai un litro in corpo, un litro che lotta per emergere e prendere coscienza e inondare tutti i gangli del tuo cervello, proprio mentre stai cercando di passare oltre questa ragazza con i capelli raccolti in ciocche ispide e due anelli che le infilzano il labbro, e la passi di misura, con la parete del dazio a pochi centimetri dalla faccia. Ecco, forse proprio in questo momento stai pensando di aver raggiunto qualcosa, un picco in negativo forse, un punto dove sbattere senza più preoccuparsi di niente perché limite estremo per questa notte, ma senti anche che hai pensato di nuovo e questo è una fitta dolorosa che non può che significare che il limite non lo hai ancora nemmeno intravisto da lontano, e tutto questo ti scende sulla faccia un tremito dopo l'altro e ti cola negli occhi, mentre c'è un altro semaforo da attraversare, ma anche questo prima che diventi verde, prima che tutta la piccola folla assemblata dai due lati si riversi, anche se sai perfettamente che appena ti muoverai almeno una parte di loro farà altrettanto se non altro per spirito di emulazione, e l'unico modo per evitarlo è forse quello di buttarsi nel mezzo quando nessuno, ma proprio nessuno sarebbe disposto a farlo. Vedi i paraurti, li vedi brillare, e sai che la tua vita non ha nessuna importanza, proprio come quella di chiunque altro, proprio come quella di chi frena spalancando gli occhi e bestemmiando e proprio come quella di chi ti guarda perché sei pazzo, completamente pazzo, così lontano da loro eppure entri proprio in mezzo a loro, senza bisogno di dare spallate perché questa volta sono loro a scostarsi, e ti dispiace perché volevi colpirli, rispedirli indietro dai buchi dai quali sono usciti. Ma ecco che quando pensi che sia tutto finito si apre la porta a vetri piena di luce e te ne butta addosso uno, ancora voltato a gridare qualcosa dietro di sé, e a te viene quasi freddo perché avevi iniziato a pensare che non sarebbe più successo e invece eccola qui la tua occasione, la valvola di sfogo per tutta la pressione che ti fa vibrare il cervello, e senti i rumori in un modo diverso mentre le tue mani sono aggrappate al bavero della sua giacca e lo sbatti contro la grande vetrata, mentre tutto ciò che hai intorno si volta per guardare quel movimento, quella voce che urla impazzita, quella fronte che sbatte contro un'altra fronte mentre tutto gira, tutto si dilata uniformemente per poi tornare vibrando velocissimo e tremante nella posizione iniziale, come un immenso elastico. Ed è questo il momento in cui riprendi a camminare da un nuovo punto d'inizio, proprio come quando eri uscito di casa, pieno fino a scoppiare e col solo scopo di trovare lo spillo che ti bucasse e ti lanciasse impazzito per l'aria come un palloncino dilaniato, e ora qualcuno ha tappato quel minuscolo foro e sei di nuovo pieno tanto che la tua pelle è in tensione, e non ti viene nessun dubbio mentre ti metti a cercare di nuovo qualcosa da cui venire perforato. Seconda Domenica: LA CALMA Quando Carlo aveva aperto gli occhi, la luce stava entrando prepotentemente dalle fessure della tapparella tirata giù, ma non era stata questa a farlo svegliare: era stato il caldo. La stanza era un forno soffocante, la porta chiusa, l'aria viziata. Il suo lenzuolo era sparito chissà dove, probabilmente scalciato nel corso del sonno. Mio dio, pensava, mentre al caldo si sommava una leggera nausea. Sentiva i muscoli del corpo indolenziti e spossati, e dentro alla sua testa c'era solo un ronzio privo di colori. Aveva cercato nella penombra lo stereo, si era tirato su appoggiandosi ai gomiti. Sul display lampeggiava intermittente l'ora, scritta in caratteri squadrati. L'una e venti del pomeriggio. Raccolte tutte le forze disponibili, Carlo si era alzato con un movimento rapidissimo, di scatto. Dopo aver aspettato che la testa smettesse di girare, si era avvicinato con cautela alla finestra. Trovò la cinghia della tapparella, tirò. La camera era rivolta a sud, e per prima cosa c'era stata solo la luce, talmente forte da dare fuoco a quel poco che riusciva a vedere. Poi, quando gli occhi si erano adattati, era rimasto a contemplare quello strano panorama. Il cortile del condominio, macchine parcheggiate, una strada a due corsie per senso di marcia e altri palazzi. Cemento arroventato, calore che saliva pigramente verso di loro. Domenica, pensava. Il giorno dedicato al signore. Peccato, mi sono già perso la messa. Poi si era voltato e aveva guardato accanto a sé. Dall'altro lato della stanza rispetto alla sua brandina c'era il letto di Martin, che dormiva a pancia in giù con la faccia avvolta dalle braccia contratte, come se stesse tenendo la guardia. Si era avvicinato e gli aveva scosso forte la spalla. Sveglia, gli aveva detto. E' l'alba. Martin si era girato su un fianco, cercando di mettere a fuoco con gli occhi semichiusi. Era rimasto totalmente immobile per una decina di secondi, poi gli aveva sferrato un pugno fortissimo contro il braccio, tra gomito e spalla. Per le due erano fuori, dopo il caffè e qualche biscotto. Carlo aveva pescato a caso una maglietta dal borsone da viaggio, dato che quella che aveva indossato la sera precedente era inutilizzabile, conciata da buttar via. Erano saliti sul motorino di Martin e stavano per arrivare in centro. Quando Carlo spostava la testa di lato, in modo che non si trovasse più in linea con il casco di Martin, veniva schiaffeggiato da folate di aria calda, umide e compatte. Non servivano di certo a rinfrescarlo, ma almeno gli ricordavano di essere vivo. Le strade erano svuotate. Agosto. L'ora più calda del giorno. Ma, dopotutto, andava bene anche così. Lasciato giù il motorino, si erano seduti al tavolo di un bar in piazza. Alla cameriera, un donnone con forte accento tedesco, Martin aveva chiesto nel modo più scortese possibile due caffè e due birre. Quella aveva scritto tutto sul block notes, ripetendo a voce alta l'ordinazione, nonostante fossero gli unici clienti. Avevano iniziato a parlare solo dopo aver bevuto metà birra, buttandola giù come se fosse stata una medicina che dovevano prendere per forza. Carlo gli aveva chiesto se c'era qualcosa che potessero fare. Martin aveva scosso la testa, mentre si accendeva una sigaretta. Provare a sentire qualcuno?, aveva proposto Carlo. Ho lasciato a casa il cellulare, aveva risposto Martin. Ma vedrai che prima o poi qualcuno passerà di qua. In effetti, come avesse risposto a un richiamo, una ragazza era apparsa dall'altro lato della piazza e aveva iniziato a camminare verso di loro. Era alta, con capelli castani lisci che le scendevano lungo le spalle, ed era vestita con dei pantaloncini minuscoli bianchi e una canottiera blu a costine. Sono innamorato, aveva detto Martin. La ragazza era passata a un metro di distanza da loro, nella luce accecante. Era bella, questo sì, ma spossata. La fronte imperlata di sudore, il respiro strascicato, le braccia che si muovevano ritmicamente avanti e indietro come per inerzia. Passò davanti a loro, si allontanò, scomparve. Non ne valeva la pena, aveva detto Martin. Finirono la birra. Adesso stava fumando anche Carlo, la terza sigaretta della giornata. Nella sua testa, qualcosa stava emergendo prepotentemente oltre al ronzio. A che pensi?, gli aveva chiesto Martin. A ieri sera. Penso a Beatrice. Martin annuiva. Beatrice, aveva ripetuto tra sé e sé. Beatrice. Sai qual è la mia più grande qualità?, gli aveva chiesto Carlo. Sai qual è la cosa che so fare meglio? Martin guardava la cameriera che puliva con una spugna un tavolino poco lontano. Notò che un vecchio si era seduto vicino all'ingresso del bar e stava leggendo il giornale, poi aveva guardato Carlo negli occhi. Fare la valigia e andartene via quando le cose non vanno troppo bene, gli aveva risposto. Carlo aveva sorriso. Questo è solo una conseguenza, un corollario. Ma la mia vera autentica capacità è un'altra. Distruggere le cose belle. Martin annuì e sembrò pensarci su. Secondo me, aveva detto infine, non dovresti pensarci troppo. Tanto non era niente d'importante. Ma è proprio per questo che ci penso, aveva risposto Carlo. Se non riesco a far funzionare nemmeno una cosa piccola e senza importanza, non posso avere molte speranze, giusto? Non so, aveva detto Martin. A me non sembra importante comunque. Quello che voglio dire, continuò Carlo, è che con lei si era creata una certa intesa. Appena abbozzata, certo, ci conoscevamo solo da due giorni, ma stavamo bene. Ci bastava guardarci e stavamo bene. Ridevamo, ci sforzavamo di essere seri, ridevamo di nuovo. Non c’era nessun problema. Bastava lasciare che le cose continuassero ad andar bene, e nient'altro. Ma io come al solito ero troppo impaziente per permettermi di star bene. Martin non rispose. Giocherellava con l'accendino. E poi, aveva detto Carlo, ho paura che ci sia rimasta male. Vorrei vederla, per potermi spiegare. Non perché non accetti di averla persa, questo non è un problema. Ma mi dispiace che lei ci sia rimasta male, voglio sistemare tutto. Secondo te la posso incontrare, magari stasera? Martin scosse la testa. E' inutile, aveva detto. Non c'è niente che si possa spiegare. Basta così. Non dissero niente per un po'. La piazza era scomparsa davanti a Carlo, per lasciare spazio al buio del piano interrato dell'Assenzio. Vedeva sé stesso seduto su uno sgabello, e poteva sentire la vertigine che lo aveva preso in quel momento, mentre metteva giù il boccale di birra e avvicinava la mano alla guancia di Beatrice, spezzando le sue parole, gli occhi che si serravano, un ricciolo che le cadeva sul viso mentre si avvicinava e subito dopo si ritraeva da lui. Lui che la seguiva in strada inciampando sul gradino. Una bottiglia spaccata poco lontano. E quando era tornato dentro non aveva più trovato né Martin né il suo boccale, così ne aveva ordinato un altro. Era restato in piedi contro il muro, senza sgabello, mentre la musica saliva e saliva, improvvisamente terrorizzato da tutte quelle facce allegre e sconosciute. Poi aveva localizzato Martin e Stefano, dall'altra parte della sala. Un ragazzo con i capelli ossigenati stava barcollando verso di loro, seguito da un gruppetto di amici. Si era fermato davanti a Martin ballando come un idiota, poi gli aveva chiesto qualcosa. Martin l'aveva spinto contro un altro ragazzo, che aveva perso l'equilibrio ed era caduto a terra. L'altro si era buttato verso di loro, Stefano l'aveva colpito ma quello gli si era comunque avvinghiato addosso. Carlo aveva finito la birra e aveva sentito lo stesso tipo di vertigine che aveva provato poco prima. Si era avvicinato piano, districandosi tra la gente che si era intromessa per dividerli, e aveva sferrato un pugno contro la tempia del ragazzo ossigenato. Un altro caffè?, gli aveva chiesto Martin, facendolo trasalire. Certo, aveva risposto, certo. Martin ordinò con voce appositamente stridula, e la cameriera lo guardò perplessa. Odio la domenica, aveva detto Carlo dopo un po'. A me piace molto, aveva risposto Martin. Se tutti i giorni della settimana fossero come questo, la mia vita sarebbe più semplice. Poi non dissero più niente. Arrivarono i caffè. Carlo continuava a pensarci. Non riesco a stare calmo, aveva detto Carlo. Ci provo, ma non ci riesco proprio. Martin guardò a lungo la piazza, annuendo. I suoi occhi luccicavano nel sole. La calma non serve a nulla, aveva detto. Terza Domenica: UNA VORAGINE NELLA STANZA Scendo dall'autobus e cammino. Ci vorranno cinque minuti, e questo è tutto il tempo che mi resta per assaporare il mio nervosismo. Sento i muscoli delle gambe sempre più duri, cammino veloce anche se vorrei metterci il più possibile. Ho bevuto un po', ma non troppo. Un paio di birre in due bar diversi sulla strada per venire qui, giusto per rilassarmi. Mi ha dato alla testa solo per un momento, mentre ero seduto nell'autobus e mi ero sentito stanco. Adesso va bene. So che non dovrei ma non ce la faccio proprio ad affrontarlo da solo, questo maledetto pranzo domenicale. Sandra dice sempre che non posso mettermi a fare questioni per una cosa tanto priva d'importanza. Abbiamo solo sedici anni, dice. Lo ripete in continuazione. Mi chiedo fino all'ultimo se accetterò ancora di recitare la mia parte. Ecco la palazzina, salgo le scale di corsa, resto qualche secondo a respirare piano e suono il campanello. Appare Sophie, la madre di Sandra, ma prima che apra bocca io sono già nella parte. Sto recitando. Sembra davvero contenta di vedermi, ma non significa molto, dato che lo sembro anch'io. Mi fa accomodare in salotto, dice che Sandra è in bagno e arriva subito. Mi sono appena seduto ma mi devo rialzare immediatamente: è entrato Vittorio, il padre di Sandra, e gli stringo la mano. Devo stringergliela fortissimo se no pensa che non sia un vero uomo. Ma questi sono, come direbbe Sandra, dettagli. Ci mettiamo a parlare. La scuola per quest’anno sta per finire, il lavoro non finisce mai. Il suo vicino fino a un attimo prima stava trapanando la parete, era andato avanti per ore. Il calcio. Le partite di oggi. Il caldo eccezionale per questo periodo. Entra Sandra gocciolante, avvolta in un accappatoio bianco. Il cuore mi salta in gola. Attraversa la stanza come un tornado, mi dà un bacio sulla guancia mentre suo padre le dice di andare a vestirsi, e scompare sbuffando in direzione di Vittorio. Anche lei è annoiata, ma ho visto la luce nei suoi occhi, e quella luce è per me e nessun altro, e questo rende tutto estremamente più facile. Cinque minuti dopo siamo tutti saldamente ancorati alle nostre postazioni, mentre Sophie porta in tavola l'arrosto: Sandra e Vittorio davanti a me, sul divano, Sophie alla mia destra. Sandra si è messa i pantaloni di una tuta e una maglietta azzurra attillata, non si è asciugata i capelli nerissimi, che luccicano quando il sole li illumina. Proprio i capelli sono l'argomento principale della conversazione, adesso: tre giorni fa Sandra se li è tagliati molto corti, quasi a spazzola, e questo ha scatenato una polemica evidentemente non ancora esaurita. Sophie mi chiede cosa ne penso, e io dico che per me va bene così. Normalmente i capelli corti su una ragazza stanno male, dico, solo pochissime se li possono permettere, e dato che lei è una di queste, non c'è alcun problema. In realtà quando ho visto Sandra con la nuova pettinatura mi sono quasi messo a piangere. Ma ora non posso certo pugnalarla alle spalle, non qui. Per un attimo i nostri sguardi si penetrano e posso sentire quanto sia importante il mio aiuto per lei. Vittorio insiste. Cerca di fare una connessione tra taglio di capelli e il suo atteggiamento a scuola. Non è che le cose siano dipendenti, spiega, ma c'è una connessione. E' il tuo modo di fare, tu ti sei tagliata i capelli perché vuoi che tutti ti dicano che una ragazza non deve fare queste cose, perché vuoi mostrarti diversa. E anche a scuola sei ribelle nella stessa maniera. Ribelle ed esibizionista. Sandra batte la forchetta sul piatto, producendo un rumore acuto e fastidioso. Sua madre la guarda con odio. Io mangio. Faccio i complimenti, l'arrosto è molto buono. Sophie me ne dà un altro pezzo, cerco di cambiare discorso, ma non basta. Io lo so a cosa sta pensando: vede sua figlia seduta in classe a braccia incrociate, mentre la professoressa di matematica esce dall'aula rossa in viso, e prima di sbattersi dietro la porta le grida: tu con me questa scuola non la finirai mai. Ma si può sapere perché dovevi fare una cosa del genere?, dice Sophie. Insomma, mamma, non ti sembra di esagerare, sono solo i miei capelli! Matematica! Sto parlando di matematica! Adesso che hai contro quella donna come pensi di fare? Avevo visto giusto. Come al solito. Sandra abbassa la testa sul piatto. Avevo ragione io, dice. Ma che importanza ha chi aveva ragione!, grida Sophie. Nella vita non ti puoi mettere contro le persone da cui dipendi! Ah, certo, replica Sandra, che ora la guarda negli occhi con cattiveria, per voi funziona così. Tutta la vita sottomessi senza mai dire un cazzo! Ecco, ora diventa tutto molto noioso. Questa scena l'ho già vista ripetersi molte volte, e so qual è la mia parte. C'è un quadro, sulla parete, che diventa il mio rifugio, durante i litigi. Non ti permettere di parlare in questo modo a tua madre, dice Vittorio. C'è un po' di botta e risposta. Vittorio diventa rosso. Adesso ti do un bel paio di sberle, dice. Poi la tensione si arresta e per un attimo è come se tutti mi guardassero per studiare le mie reazioni. Io rispondo agli sguardi svogliatamente, e tutto è chiaro. Vittorio sa che per me questo è tutto molto noioso, ma che se prova a toccarla lo ammazzo. Restiamo tutti fermi. Sandra si alza e corre verso la sua stanza, senza piangere. Quando entro anch'io nella stanza di Sandra chiudendomi subito dietro la porta, la luce entra dalla grande finestra in modo quasi abbacinante, rendendo sfuggenti i contorni delle cose. Sandra è in piedi contro il vetro, circondata da un alone dorato. Ha in mano un taglierino, e appena ho richiuso la porta ed è sicura che la sto guardando se lo porta all'altezza del viso e si fa un taglio attraverso la guancia, lentamente. La lama brilla un'unica volta, e io non riesco a trattenere un grido, anche se le sono subito addosso e le afferro i polsi. Lei è docile: non oppone resistenza, mentre la butto giù per terra e le tolgo il taglierino. Glieli do io quei due schiaffi che doveva darle suo padre, e so che li stava aspettando. Guardo il taglio, netto e preciso, dal quale affiora timidamente un po' di sangue. In definitiva è poco più di un graffio, ma io sento la sua ferita bruciare dentro di me come una coltellata allo stomaco. Vedi?, dice Sandra. Aveva ragione mio padre. Sono solo un'esibizionista. Io la guardo negli occhi chiari e scuoto la testa. Tuo padre non avrà mai ragione, le dico. Né tua madre, né la tua professoressa, né nessuno di loro. Le lecco via il sangue, succhio la ferita, e poi ci baciamo come se volessimo divorarci, nello stesso modo in cui ci baciamo decine e decine di volte ogni giorno. Voi due state correndo troppo: finirete per bruciarvi, mi aveva detto una volta un mio amico. Io avevo annuito pensieroso. Mi piace la velocità, gli avevo risposto. Sandra si tira giù i pantaloni, sfila una gamba furiosamente, alla cieca, mentre le sue mani sono impegnate a sbottonare i miei jeans. Vieni dentro, mi dice, mentre si tira su la maglietta e mette le mie mani sui suoi seni piccoli e duri. Io li stringo forte mentre la penetro, e lei strizza gli occhi come se avesse deciso di non voler vedere mai più. Bussano forte alla porta. Io mi ritraggo automaticamente, ma Sandra mi stringe a sé con una forza che non sospettavo, e resto imprigionato. Bussano ancora. Il caffè è pronto, dice la voce di Sophie. Sandra mi pianta le unghie nella schiena. Arriviamo subito, dico io, nonostante tutto.

Inserito il 02-10-2004


 
 
 

© 2017 Copyright Le Trottoir alla Darsena

Agenzia web Account